Beffarsi del dolore altrui, mostra solo una grande miseria umana

Non importa se colui che vediamo soffrire è qualcuno che
reputiamo un nemico: prendersi gioco del dolore di
qualcun altro, dimostra una scarsa percezione della vita.

Se solo ci capissimo nel complesso, potremmo facilmente percepire la
causa della sofferenza altrui, soffrire idealmente dello stesso dolore.
Ciò che facciamo ad un’altra persona, in realtà, lo stiamo facendo a noi stessi.

Diffido particolarmente delle persone che si rallegrano della sofferenza
degli altri, diffido di coloro che fingono di dare lezioni causando maggior dolore e di coloro che criticano la vita altrui etichettando quel dolore e la sua intensità secondo il proprio metro di giudizio.

Non è per nulla semplice parlare del dolore, soprattutto di quello interiore, di quello stato, come scriveva Oriana Fallaci, che non si vede, non si può misurare quanto un braccio rotto o una caviglia slogata.

Viviamo tempi nei quali pare bandito il dolore, tanta è la frenesia di scacciarlo, quasi ostracizzarlo.
Ce ne accorgiamo, spesso gioendone, quando una persona considerata cattiva, o nemica, lo prova direttamente.

Una sorta di rivincita che nulla porta di concreto a colui o colei che ne osserva le reazioni, se non il pensiero, sciocco e superficiale che, in questo modo, il soggetto che soffre possa capire il male inflitto in precedenza.

Nella lingua tedesca questo atteggiamento è definito da una specifica parola, apparentemente impronunciabile, come tante del dizionario in questione: “schadenfreude”, letteralmente traducibile con provare gioia per il dolore e la malasorte altrui.

Questo atteggiamento è profondamente sbagliato per svariate ragioni.
Gioire del dolore degli altri, anche di quello provato da una persona che in precedenza può averci fatto del male, non significa rimuovere il nostro patire, tutt’altro.

Rimanere in qualche modo intrappolati nel passato significa continuare a tenere sulle spalle uno zaino pesante, doloroso, che non ci allontana veramente dalla sofferenza subita.
Rimanere prigionieri, almeno psicologicamente, di un passato costellato da momenti di buio, non potrà mai farci sperimentare ventate di novità, di aria pulita.

Può apparire un paradosso, ma la vita ci ripresenta il conto, se non sappiamo imparare dalle esperienze passate, soprattutto quelle dolorose e non facili da affrontare.

Di questa condizione, per nulla sana, quella cioè del godere del dolore altrui, se ne è occupata anche la scienza attraverso studi approfonditi.

È cosi emerso da uno studio condotto in Giappone che il gioire del dolore altrui attiva circuiti neuronali che stimolano la produzione di dopamina, il neurotrasmettitore che si attiva quando riceviamo una ricompensa.

La sventura altrui rappresenta per l’invidioso ciò che la cioccolata è per il goloso, per rendere chiara la cosa.
Il nostro cervello, infatti, tratta le esperienze sociali e quelle fisiche in modo più simile di quanto si pensi, e forse non è un caso che ci si trovi spesso, per mancanza di momenti ricchi e gratificanti, a provare piacere per la sofferenza degli altri.

Questo è proprio un altro punto sul quale riflettere, cioè l’incapacità di affrontare le difficoltà della vita e, per un riflesso assai negativo, provare gioia per le sventure che accadono anche ad altre persone.

Non si considera il valore che la sofferenza può, in determinati momenti, rappresentare per ogni individuo.
Qualcosa che fa crescere, maturare, anche imparare.

Le parole del celebre romanzo ” Il profeta”, di Kahlil Gibran, ci ricorda qualcosa di essenziale per ogni essere umano.
Alla domanda di una donna afflitta che domandava al Maestro di parlargli del dolore, egli così rispose: ” Il dolore è il rompersi del guscio che racchiude la vostra intelligenza.

Così come il nocciolo del frutto deve rompersi perché il suo cuore possa esporsi nel sole, così dovete voi conoscere il dolore.
E se voi sapeste tenere il cuore in stato di meraviglia di fronte ai quotidiani miracoli della vita, il dolore vi apparirebbe non meno mirabile della gioia.”

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