“Odio il cellulare della mia mamma” – Il tema di un bambino di 7 anni che fa riflettere e che ogni genitore dovrebbe leggere

Il tema di un bambino di seconda elementare tocca le nostre coscienze e ci chiama tutti a riflettere: “Odio il cellulare della mia mamma”.

È accaduto negli Stati Uniti, ma sarebbe potuto accadere in Italia, come in qualsiasi altro Paese del mondo.

Un bambino di 7 anni, nello svolgere un tema dove bisognava parlare delle nuove invenzioni e dare un parere su di esse, ha scritto:

“Odio i telefoni, perché i miei genitori ci passano tutto il giorno. Odio lo smartphone di mia mamma vorrei che non lo avesse mai comprato”.

Immagino abbiate capito immediatamente il perché.
Immagino che abbiate istantaneamente percepito tutta la tristezza, il bisogno, la solitudine, la mancanza, che si celano dietro quella frase.

Questo bambino non è stato il solo ad indicare il cellulare dei genitori come l’invenzione più odiata. Su 21 alunni ben 4 hanno dichiarato di odiare gli smartphone.

La maestra, Jen Beason, ha pubblicato il tema sui social network, come monito. Come dolorosa riflessione che tutti i genitori sono chiamati a fare.

Ha accompagnato il suo post con poche e semplici parole : “Spegnete i telefono e ascoltate i vostri bambini.”

Freud disse: ” Le parole, originariamente, sono incantesimi”, e lo sfogo di questo bimbo della Lousiana pone l’attenzione su un problema che sta diventando di natura mondiale.

Non pronunciamo più parole. Siamo sempre più silenziosi, divisi, contesi e protesi verso chat e messaggi.

Gli esperti l’hanno definita “nomofobia” che letteralmente descrive la paura di rimanere senza connessione.

Una patologia esplosa in questi ultimi anni con dei numeri realmente agghiaccianti.

Ve ne forniamo qualcuno, come spunto di riflessione.

Circa il 85% delle persone controlla immediatamente lo smartphone appena si sveglia. La prima azione che compie per dare il benvenuto alla giornata che inizia!

Un numero sempre maggiore di adolescenti incappa in quello che gli psichiatri hanno battezzato “sleep texting”, ovvero invio di sms o altre forme di messaggi durante il sonno, come in preda ad una sorta di raptus incontrollato.

Ogni 180 secondi mediamente veniamo interrotti dal cellulare, a causa di un messaggio, telefonata, o semplicemente per “controllare” se ci sono novità.

Pensate che coloro che svolgono professioni indipendenti, quindi non attività di ufficio o fabbrica, sono costrette a lavorare circa 2 ore in più al giorno per recuperare il tempo perso dietro lo smartphone!

Non sorprende quindi che lo sfogo della bambina americana, nel terminare il suo tema, sia stato: “vorrei che non lo avesse mai avuto”, con il disegno di un cellulare con una X sopra ed accanto una faccia triste ed irritata.

Un problema che interessa certamente tutti noi, sotto ogni profilo.

Quante volte, riflettendoci, vediamo proprio sui social, foto di persone al ristorante intente non a dialogare e a godersi il piacere di un momento insieme, ma concentrate a pigiare i tasti del cellulare?

Infinite, perchè, che ci piaccia o meno, questa è la realtà delle cose.

Una nevrosi che, oltre a produrre conseguenze come quelle elencate in precedenza, sta intaccando le nostre vite, le nostre relazioni.

Sembra che prendersi del tempo per fare qualcosa di semplice, una passeggiata, una chiacchierata in relax con un amico, sia diventata qualcosa di inconcepibile.

Sembra che la vita, senza un cellulare tra le mani, sia impossibile da vivere, riempire con pensieri, gesti, azioni indipendenti.

Proprio per la gravità che il fenomeno ha assunto, gli studi in materia si stanno intensificando, e il dato che ci porta a riflettere sulle modifiche dei nostri neurotrasmettitori, e di conseguenza sul cambiamento dei nostri comportamenti, sia tra quelli da affrontare con urgenza.

Pochi giorni fa è stata lanciata l’iniziativa ” disconnessi ma felici”, la giornata senza il cellulare!

Un’ iniziativa che dovrebbe essere non solo ripetuta, ma fornire momenti di riflessione vera, profonda, sulle modifiche che ha prodotto e sta producendo nelle nostre vite.