Il perdono distrugge una parte di noi

Il perdono distruggere una parte di noi, ma quale?

Quello del perdono è un tema non facile, delicato, da maneggiare con cura.

Sia perchè è un fatto che riguarda l’intimità della persona offesa, sia perchè riguarda fatti tra loro differenti, come intensità, come danno arrecato, come intenzionalità.

Obbligare al perdono, come talune discipline suggeriscono, è essa stessa una forma di coercizione fuori luogo.

Il debole non è mai capace di perdonare. Il perdono è una caratteristica del forte. (Mahatma Gandhi)

Questa, ed altre massime conosciute sul tema come quella che “perdonare è un atto che si fa principalmente nei confronti di se stessi, perchè è più importante avere pace che avere ragione”, delineano meglio di cosa si sta trattando.

È vero che le emozioni non si accendono e non si spengono a comando, e quindi, come suggerito da antichi filoni di pensiero, occorre tempo perchè si possa giungere ad uno stato d’animo equilibrato, in grado quindi sia di perdonare che di non sentirsi pronti a farlo.

La tradizione chassidica, quella cioè sviluppatasi in seno all’ebraismo nei paesi est-europei, nei quali l’incitamento antisemita era attivo e particolarmente violento, delineava tre casi differenti in tema di perdono:

che fosse vincolato al pentimento di colui che aveva commesso il danno, non poteva essere espresso a nome di qualcun altro, quindi un genitore non poteva e non può perdonare in nome del figlio, e che ci sono alcuni reati per i quali perdonare non è addirittura possibile.

Occorre infatti sempre saper distinguere l’entità del danno e la motivazione, perchè una società non deve fare a meno di un altro pilastro fondamentale se si desidera che l’armonia e la pace siano elementi fondanti: la giustizia.

Perdonare a prescindere può essere un atto individuale, quindi rispettabile, perdonare per partito preso non significa spesso rispettare chi ha subito il male.

A livello personale quando si subisce un torto si aprono due strade: la vendetta e il perdono.

Non sono semplici, nè indolori entrambe. Lo stato d’animo e la psiche sono ancora scossi e non è per nulla facile mantenere una sorta di distanza o di freddezza.

Quando la ferita ribolle e non riesce a spegnersi in essa è più facile stia germogliando il desiderio di vendetta.

Questo, in alcune persone, solitamente calme e misurate, provoca anche sorpresa, per non dire spavento.

Ci si rende conto che la rabbia e la voglia di vendetta stanno prendendo il sopravvento, che la propria persona sembra invasa da questo sentimento.

Una tempesta che, anzichè placare, monta sempre più. Qualora si attui la vendetta subentra un senso di calma, apparente.

Perché, seppur comprensibile come gesto, sembra aver vinto la parte negativa di una persona. E ci vorrà comunque tempo per ritornare in equilibrio.

Perdonare è ancora più difficile. Perchè è come se si annullasse una parte di sè, quella che suggerisce la vendetta.

È un percorso interiore molto difficile e complesso, ma è quello che, se praticato e accompagnato da alcune riflessioni, riesce a generare la sensazione più bella: quella della serenità.

Essere sereni non significa rinunciare al rispetto, abdicare riguardo quel concetto di giustizia cui si faceva riferimento prima.

Significa non permettere di farsi trascinare in quel vortice violento che la vendetta, comprensibilmente, genera.

Dimostra, come diceva Gandhi, quella forza e quella grandezza che si conquista con un duro lavoro, dentro se stessi.

Voi cosa ne pensate? Credete nella forza del perdono?
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